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Perfetta… 21 maggio 2007

Posted by stojil in politica.
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Bene, se ci riuscite, convincetemi che non si tratta solo di mantenere la vostra quota di mercato.

Macchina calda 17 marzo 2007

Posted by stojil in lavoro.
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Passando un paio d’ore del giorno in auto per andare al lavoro e tornare a casa, sto diventando una pessima persona. Delle altre persone in viaggio, non se ne salva nessuna. Non quello che va troppo piano, non quello che corre troppo, ché poi ci facciamo male. Non i TIR, che con una Clio 1.2 riesco a sorpassarli a stento, non i camion più corti ma acnhe più alti, che mi tolgono tutta la visuale. Non i trattori, che non fanno la strada di campagna. Mai avrei pensato di rimpiangere il treno.

Plenus sacculus est aranearum 29 gennaio 2007

Posted by stojil in lavoro, pensieri.
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Primo giorno di lavoro. Non quello della vita, ma c’è bisogno di un po’ di pecunia. Sono interinale. Quando esco, vado in agenzia a firmare il contratto e, soprattutto, comunicare le mie coordinate bancarie. “Buonasera” dico io. “Buonasera”, dicono loro, e “prego.” Mi siedo. Si siede anche lei. “Come è andata oggi?” chiede. “Bene” rispondo. Mi sembra una cosa un po’ ridicola
(dai che ti è piaciuto),
non posso non pensare alla riunione col capo del personale, il loro, che dice “mi raccomando, quando escono dal lavoro chiedete come è andata, questi magari sono alla prima esperienza di lavoro, fate sentire loro
(dai che ti è piaciuto, ci mancava solo un tesoro, “come è andata oggi tesoro?”)
che gli vogliamo bene.”
Fotocopia della tessera del codice fiscale
(carina, però),
consegna
(no no, è veramente bella, ha gli occhiali – hai sempre avuto e avrai sempre un debole per quelle con gli occhiali, e poi guarda che bei capelli)
del bollettino di lavoro da compilare. “Siamo a posto” dice. “Grazie” dico. Esco, pensando che magari la prossima volta, quando dovrò portare il bollettino, la troverò.

Compagno per niente 25 gennaio 2007

Posted by stojil in lavoro, pensieri.
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Arrivo all’entrata della sede con cinque minuti di anticipo. Due ragazze, le braccia colme di raccoglitori, trafficano con la serratura della porta. O meglio. Una traffica, l’altra è al cellulare, sta fissando un appuntamento nel modo in cui lei o una sua collega ha fissato anche il mio. Sono incerto tra infilarmi nella porta con loro, chiedere se stanno andando dove sto andando io o far finta di niente. Alla fine, visto che sono tempi di incertezza, e negli ultimi giorni non mi sento molto sicuro di me, tiro dritto. Temporeggio, un po’, controllando che passi un paio di minuti. Alle 14.28 suono il campanello.Salgo le scale, devo andare al primo piano. Mi accoglie una ragazza, forse quella che ha aperto la porta da basso più a improperi che a giri di chiave. Se non altro il siparietto mi ha sciolto un po’, ma siccome non ripongo grosse speranza, né interesse, in questo colloquio, non sono nemmeno troppo teso. Diciamo che riesco a mantenere un buon controllo della situazione.

“Prego si accomodi e compili questo.” Mi siedo. Appendo la giacca a una sedia. Mi guardo attorno. La sede della società di selezione è composta da 2 stanze più l’anticamera in cui mi trovo in quel momento, a sua volta composta da tre sedie e nessun appendiabiti.

Compilo il questionario. Più tardi mi pentirò di non aver lasciato in bianco i campi sull’occupazione dei miei familiari. Si tratta di valutare me e le mie capacità. Che certamente dipendono dall’ambiente in cui sono cresciuto, ma ai fini di un potenziale datore di lavoro dovrebbero prescinderne. Comunque, sto facendo una selezione per una società di assicurazioni, non stiamo parlando di qualcosa con una morale. E comunque immagino che sia un d’uso così.

Mi sbirciano una volta. Non ho ancora finito. È che su certe cose sono incerto. Retribuzione di quando facevo l’imbianchino? Sindacale. Di quando imballavo profili di alluminio? 3° livello. Forse avrei dovuto scrivere sindacale anche in questo caso.3° livello avrei dovuto metterlo alla voce tipo di contratto. Ho un po’ di confusione su queste cose. Ma non sul fatto che loro avrebbero voluto vedere delle cifre. Ma ho un po’ di pudore in questo.

Quando mi sbirciano per la seconda volta ho terminato di compilare il questionario. Entro nella stanza di sinistra. La ragazza che mi esamina è la meno carina di quelle che ho visto aggirarsi per gli uffici, ma ha un’espressione molto dolce. Comunque dubito che tutto questo abbia un significato.

Mi dice di appoggiare la borsa a tracolla sopra un armadietto a muro. Io la metterei anche per terra, ma tant’è. Le consegno il questionario. Ci presentiamo.

Le prime domande per completare il questionario.
“Quanto dista il comune in cui vive dal capoluogo di provincia?”
“30 chilometri.”
(Facile, questa.)
“I centri principali tra le due città?”
Gliene enumero un paio.
“Distanza?”
“Dieci e venti chilometri. Sì, a un terzo e due terzi, direi, se dovessi fare una partizione.”
(Cazzo, vedrai che figurone adesso che hai detto partizione. Strano che non si sia ancora sdraiata ai tuoi piedi. O che non ti abbia detto “bene, il colloquio è finito. Lei è assunto. Vice capo del mondo le va bene?)
Poi altre stupidaggini.
Poi: “Come si descriverebbe?”
(Complessato? Paranoico? Piccolo e nero?)
(Silenzio)
“Mi verrebbe da dire lento, come vede, ma sa, è solo il lato superficiale del fatto che sono molto riflessivo,
(no, no, sei lento),
preciso
(ecco, già meglio),
maniacale in alcune cose
(oh no)
ma nei vezzi
(oddio…),
nelle cose senza importanza
(adesso lo dico, è la cosa peggiore che si possa dire a un colloquio di lavoro ma io lo dirò lo stesso, sono qui per vedere com’è un colloquio di lavoro con gli squali, per imparare, non per vincere, non ho tempo le sofisticazioni),
introverso
(ecco, bravo, in effetti è la cosa peggiore che si possa dire a un colloquio di lavoro),
ma estremamente aperto all’esigenza e nei lavori di gruppo.
“Come si vede tra cinque anni?”
“Come mi vedo o come spero di vedermi?”
(Cazzo, ti sei dimenticato di dire sincero, alla domanda di prima. Dovevi ricordarti di Santa Maradona. Qual è il suo pregio: la sincerità. Il suo difetto? La sincerità.)
“Faccia lei.”
“Dunque. Come temo di vedermi è
(affermato, dai, dai)
precario
(no, non è possibile)
non per scarsa autostima ma perché la contingenza economica è quello che è. Come spero di essere è soddisfatto del mio lavoro, un lavoro che mi permetta di fare ricerca nel campo dello sviluppo economico e delle politiche di sviluppo.”
(Ecco, se adesso ti chiede cosa ci fai a un colloquio per un’agenzia assicurativa non ti stupire, ok?)
“Presso un’agenzia assicurativa, preferirebbe un lavoro front-office o back-office?”
“Non conosco molto bene questo mondo, quindi fatico a immaginare le diverse mansioni che potrebbero essermi affidate, tuttavia immagino che un lavoro front-office sia più stimolante
(cazzo, ha scritto anche questo, se ti prendono – non ti prenderanno, ma se ti prendono – ti mettono a vendere polizze, cazzo, lo sai che non sapresti vendere ghiaccioli nel deserto, figurati agli esquimesi)
anche se probabilmente mansioni di tipo back-office mi consentirebbero un’entrata nel mondo del lavoro più soft
(ecco, dai, però non fare la figura del topo da ufficio)
anche se resta da vedere quali stimoli possa continuare a offrire nel tempo.”

Altre domande. Di tutto un po’. Alla fine, arrivederci, e grazie.

(Che imbarazzo, però, dare del lei a una mia coetanea – almeno questa è stata la mia impressione – per doveri di circostanza. Io ho anche provato a fare il simpatico, a cercare di far spuntare un’ammissione – “sì, ho studiato psicologia, adesso faccio i colloqui di lavoro per le assicurazioni, non ne posso più!” – ma alla fine è un “arrivederci, eventualmente la richiameremo entro una settimana” – e immagino che un introverso, preciso ma sarebbe più corretto dire maniacale e con velleità di ricerca in campo di politiche economiche sia il profilo dell’agente assicurativo ideale.)

Esco. Raccatto la mia giacca con un mezzo sorriso. Le altre due sedie sono occupate da altrettanti ragazzi. Taglio di capelli corto
(e soprattutto pettinato, non come il tuo),
giacca ancora addosso, sotto si intravede la camicia
(tutta la camicia, non solo il colletto, significa che sono in giacca, non in maglione, come te, e magari hanno pure la cravatta),
non sollevano la testa dal questionario. Mi aspettavo un cenno, non dico un sorriso. Invece il sorriso scappa a me. Questi due sono uguali tra loro e a tanti altri. E magari quando sono uscito dalla porta hanno pensato che fossi un ostacolo al loro agognato lavoro.

Che poi magari sarà anche il mio, chissà.
(Eh già, compagno di scuola).

Ma per ora ho ancora il mio sorriso, e me lo godo, e me ne vado via leggero.

Altolà alla vicentina 19 gennaio 2007

Posted by stojil in politica.
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14 dicembre 2006. I Democratici di Sinistra, in consiglio regionale, votano “sì” al rinvio dell’ordine del giorno in commissione Affari Istituzionali. In sostanza, parere contrario dal distaccamento del comune di Lamon dal Veneto. I DS locali e provinciali si stupiscono, promettono battaglia.

Vicenza, pochi giorni fa. Il governo, nella persona del Presidente del Consiglio, non si oppone all’allargamento della base Usa. Proteste. Autosospensioni dai partiti di centro-sinistra.

Lo scollamento tra interessi locali e regionali o nazionali non è una novità. Negli ultimi tempi, la questione dell’alta velocità in val di Susa è stata paradigmatica. E tornerà alla ribalta, c’è da scommetterci. E con maggiore enfasi ora che al governo c’è una coalizione di centro-sinistra, a cui appartiene, almeno idealmente, buona parte del movimento No Tav, ma anche quella componente dell’alleanza favorevole alla Tav.

L’appartenenza ideologica sembra facilmente soccombere all’appartenenza a un luogo. Ma non sembra che questo possa dirsi dovuto a un maggiore legame al proprio territorio. L’impressione è che questo legame si sia mantenuto costante, nella propria forza, nel corso degli anni. È piuttosto il senso di appartenenza a un’idea – a un’ideologia – ad essere venuto meno. Da un lato è un bene che non ci si pieghi alla logica di partito, che si portino avanti le idee che si ritengono meritorie.

Nel caso della Tav, la protesta è portata avanti da cittadini che temono lo sconvolgimento ambientale e quant’altro. Ma certamente anche da chi teme che l’accelerazione dei trasporti comporti un by-passaggio di quelle aree, con una conseguente perdita economica. Il che è certamente sufficiente a motivare la protesta. Probabilmente anche valido. Ma nell’ottica del sistema, soccombe chiaramente all’interesse nazionale (termine terribile, che comprende di tutto e di più).

Nel caso di Lamon, e degli altri comuni bellunesi in potenziale esodo, colpisce apparentemente l’atteggiamento della provincia, che caldeggia la loro secessione. Mi pare una contraddizione che un’entità veda favorevolmente un distaccamento di un proprio pezzo. Ma è ovvio che se esso avvenisse permetterebbe alla provincia di chiedere con più forza l’autonomia.

E chi chiede di passare al Trentino Alto-Adige ammette candidamente di farlo non perché si senta più trentino che veneto, ma perché lì ci sono più soldi.

Nel caso di Vicenza, la protesta nasce per tutelare un diritto alla tranquillità, a non portare sul territorio una maggiore pressione militare. Ma a essa si affianca la protesta di chi teme che un “no” agli Usa comporterebbe uno smantellamento della caserma Ederle, e una perdita di posti di lavoro.

Lo scontro locale-nazionale non trova riscontro in un senso di appartenenza a un luogo. Esso viene tirato in ballo per giustificare una difesa dei propri interessi. Certamente non immediati ma quelli di una comunità. E comunque interessi.

Sia chiaro. Non siamo qui a far le anime candide. A scandalizzarci. In val di Susa, avrei probabilmente dormito in tenda con i manifestanti. A Lamon forse avrei votato per uscire dalla regione Veneto – non fosse altro per avversione politica. A Vicenza sarei andato a manifestare contro l’allargamento, o perlomeno contro questo allargamento.

Quel che qui si vuol fare è cercare di capire. Non fornire risposte, ma almeno formulare le domande. E dunque. Le battaglie locali sono battaglie a tutela di un territorio? Sono a tutela di un interesse personale? Sono a tutela dell’interesse di una comunità? Sono anche/ancora politiche?

Pigs on the wings 6 gennaio 2007

Posted by stojil in film, musica.
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Scrivere una recensione, o un tentativo di recensione di Children of Men sarebbe eccessivo, considerando che il film è uscito ormai da un po’. Ma poiché da queste parti amiamo le coincidenze, ma sarebbe forse meglio chiamarle corrispondenze, non si può non notare come, sopra un edificio che ha tutta l’aria di essere Battersea Power Station, stazioni un maiale gonfiabile.

Proprio come nella copertina di Animals, dei Pink Floyd.

La morte a Venezia 5 gennaio 2007

Posted by stojil in venezia.
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Su Venerdì di Repubblica di oggi compare un articolo (a firma Antonella Galli), dal titolo “Non ditelo a nessuno: Venezia d’inverno è strepitosa”, in cui si elencano alcune attività culturali che si concentreranno nei mesi a venire nell’ottica di “Inverno Veneziano”. Il cartello è certamente interessante, e la concentrazione di eventi eccezionale, ma propria questa eccezionalità sottolinea le caratteristiche della produzione culturale veneziana.

Si tratta, in altri termini, di una produzione passiva e/o orientata all’attrazione di turisti. È passiva nel senso che, rilevate le debite eccezioni, essa si riduce a una continua riproposizione di prodotti culturali ereditati dal passato, iniziando da chiese e monumenti (splendidi, questo non si discute) e finendo con opere liriche e teatrali. Ed è orientata ad attrarre turisti nel senso che la produzione attiva di cultura (le varie biennali, ad esempio), avviene per macro-eventi, pubblicizzabili, pubblicizzati e, pur anch’essi estremamente apprezzabili, fruibili da un pubblico sostanzialmente non veneziano.

Al contrario, è quasi completamente assente una creazione di cultura quotidiana, che emerga dalla prassi anziché dal grande exploit.

Le cause sono molteplici. Da un lato le istituzioni sembrano maggiormente interessate alle sorti del turismo che a quelle della cittadinanza, e se è vero che Venezia senza turisti non può sopravvivere, è lecito chiedersi se possa farlo senza cittadini, o con dei cittadini che in realtà tali non sono, occupandosi di Venezia esclusivamente in relazione ai propri interessi di bottega.

In secondo luogo, le condizioni di vita veneziane non incoraggiano la residenzialità e il policentrismo urbano veneto ha scoraggiato il sorgere di un centro culturale regionale, determinando una diffusione su tutto il territorio della regione dei cosiddetti intellettuali e artisti.

In terzo luogo, grandissima parte del corpo studentesco universitario è composto da pendolari, a causa, ancora una volta, della vicinanza dei centri da cui provengono, che permette loro spostamenti quotidiani e del fatto che la maggior parte dei corsi universitari rintracciabili a Venezia (con l’eccezione, ad esempio, di quelli legati allo Iuav e, in misura minore, a Lingue e Letterature Straniere) sono comuni a molte altre città universitarie. Tutto ciò porta a una limitazione dell’afflusso di studenti provenienti da aree geografiche distanti e dunque una vita universitaria attiva.

L’intrecciarsi di queste cause fa sì che la soluzione sia estremamente difficile da rintracciare, senza dimenticare che per essere praticabile tale soluzione dovrebbe essere condivisa da chi la dovrebbe mettere in pratica e da chi dovrebbe beneficiarne.

[continua…]

12 dicembre 2006

Posted by stojil in pensieri.
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Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Ma non è facile starci tranquillo. Da un anno che lo tengo d’occhio e quando posso ci scappo da Genova, mi sfugge di mano. Queste cose si capiscono col tempo e l’esperienza. Possibile che a quarant’anni, e con tutto il mondo che ho visto, non sappia ancora che cos’è il mio paese?
(Cesare Pavese, La luna e i falò)

E’ questa tensione tra andare e restare, tra battere e levare, a regolare i giorni in corso. Il desiderio di restare qui per cercare di togliere un po’ di noia a questa terra. La voglia di andarsene in cerca di qualcosa che qui non può esserci. Ma quasi una fuga.

Fine 23 novembre 2006

Posted by stojil in pensieri, venezia.
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Working Class Goes Paradise 18 novembre 2006

Posted by stojil in pensieri.
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Questo pomeriggio sarò all’inaugarazione di un salone di bellezza. Lo apre un’amica, e non posso mancare. Ci saranno i suoi amici, gente della parte più bene della mia città (e se ci si ricorda di un certo paio di occhiali da sole si capisce anche a quale si appartiene da queste parti). Ma è forte la tentazione di tirarsi a lucido, per dei motivi che, un po’ di tempo fa, i Wu Ming hanno spiegato egregiamente:

In questi tempi di merda e di sconforto, di fine di una fase del conflitto sociale (quella inaugurata a Seattle nel novembre 1999), è più che mai importante riscoprire la non-chalance come arma di lotta individuale e collettiva.
Lo stile è un’arte marziale, come a suo tempo aveva ben compreso la classe operaia europea. Far vedere al padrone che, con un po’ di inventiva e spendendo poco, si poteva esser più eleganti e dignitosi di lui. Le foto delle manifestazioni del Primo Maggio o dei funerali di Togliatti mostrano espressioni e atteggiamenti fieri, completi un po’ logori ma perfettamente stirati, cravatte dal nodo impeccabile strette intorno a colletti ben inamidati; le donne hanno foulard dai nodi complicati e abiti cuciti in casa dal taglio perfetto. Si nota la cura per i dettagli, l’amore per la pulizia di chi tutti i giorni è costretto a sudare e sporcarsi. Il messaggio è più o meno questo: “Padroni, non avete di fronte delle bestie o dei primitivi, e la stessa cura che mettiamo nel dimostrarvelo la metteremo nel lottare contro di voi”.
Nel suo libro Cose di cosa nostra, Giovanni Falcone descrive cos“ il proletariato di Palermo negli anni Cinquanta e Sessanta: “Abitavo nel centro storico, in piazza Magione, in un edificio di nostra proprietà. Accanto c’erano i catoi, locali umidi abitati da proletari e sottoproletari. Era uno spettacolo la domenica vederli uscire da quei buchi, belli, puliti, eleganti, i capelli impomatati, le scarpe lucide, lo sguardo fiero.”
Dopo l’uscita di 54, due anni or sono, fu una grande soddisfazione ricevere questo commento da una lettrice: “Mio padre, compagno attivo e militante, quarta elementare, gran ballerino, poverissimo, a dieci anni lavorava già in fabbrica, ma nella sua semplicità aveva un portamento da gran signore. Alimentato da mia madre che passava nottate intere a confezionare camicie e abiti che erano perfetti, senza difetto. Stirare le camicie era una specie di rito, che ancora adesso mi affascina. Con i ferri scaldati sulla stufa, non sbagliava un gesto, una piega; un rito quasi religioso che non mi stancava mai. Stirare la camicia bianca per il papà perché, alla domenica mattina, avveniva la grande trasformazione. Io aspettavo mio padre seduta sullo scalino del bagno, lui usciva ben rasato, pettinato e lo guardavo mentre si vestiva a festa, perché poi doveva andare in sezione per diffondere l’Unità. Lui usciva da casa allegro, elegantissimo, con il fazzolettino di seta nel taschino della giacca intonato alla cravatta e le scarpe lucidissime. I vestiti erano sempre quelli, ma questo per lui era solo un dettaglio.”
Analogo atteggiamento si pu” trovare nella cultura afroamericana (ulteriore elemento di riflessione sui rapporti tra classe e “razza”). Scrive Lloyd Boston, autore del volume Men of Color: Fashion, History, Fundamentals (1998): “Per i neri americani, e per gli uomini in particolare, l’abbigliamento ha sempre avuto una funzione simbolica. Ciò che indossiamo segnala ciò che siamo e, soprattutto, ci” che vogliamo essere. Che l’aspetto sia duro, rampante, afrocentrico o fighetto, la nostra abilità nel vestire è anche strategia di sopravvivenza”.
Di suo, Cary ha aggiunto qualcosa di fondamentale: la leggerezza. Non la “lightness” della Coca light o del Philadelphia light, e nemmeno il “leggero” inteso come superficialità, bensì la leggerezza di cui parlava Calvino nelle Lezioni americane, quella che serve a sfuggire l’inerzia e l’opacità del mondo, e si associa “con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso”.
Cent’anni fa, a Bristol, nasceva un uomo destinato a lasciare il segno.

(Sia chiaro, lo so che, da bravo universitario, le mani me le sono sporcate poco, ma, accidenti, la laurea per lavorare nella fabbrichetta di papà, quella no.)

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