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Working Class Goes Paradise 18 novembre 2006

Posted by stojil in pensieri.
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Questo pomeriggio sarò all’inaugarazione di un salone di bellezza. Lo apre un’amica, e non posso mancare. Ci saranno i suoi amici, gente della parte più bene della mia città (e se ci si ricorda di un certo paio di occhiali da sole si capisce anche a quale si appartiene da queste parti). Ma è forte la tentazione di tirarsi a lucido, per dei motivi che, un po’ di tempo fa, i Wu Ming hanno spiegato egregiamente:

In questi tempi di merda e di sconforto, di fine di una fase del conflitto sociale (quella inaugurata a Seattle nel novembre 1999), è più che mai importante riscoprire la non-chalance come arma di lotta individuale e collettiva.
Lo stile è un’arte marziale, come a suo tempo aveva ben compreso la classe operaia europea. Far vedere al padrone che, con un po’ di inventiva e spendendo poco, si poteva esser più eleganti e dignitosi di lui. Le foto delle manifestazioni del Primo Maggio o dei funerali di Togliatti mostrano espressioni e atteggiamenti fieri, completi un po’ logori ma perfettamente stirati, cravatte dal nodo impeccabile strette intorno a colletti ben inamidati; le donne hanno foulard dai nodi complicati e abiti cuciti in casa dal taglio perfetto. Si nota la cura per i dettagli, l’amore per la pulizia di chi tutti i giorni è costretto a sudare e sporcarsi. Il messaggio è più o meno questo: “Padroni, non avete di fronte delle bestie o dei primitivi, e la stessa cura che mettiamo nel dimostrarvelo la metteremo nel lottare contro di voi”.
Nel suo libro Cose di cosa nostra, Giovanni Falcone descrive cos“ il proletariato di Palermo negli anni Cinquanta e Sessanta: “Abitavo nel centro storico, in piazza Magione, in un edificio di nostra proprietà. Accanto c’erano i catoi, locali umidi abitati da proletari e sottoproletari. Era uno spettacolo la domenica vederli uscire da quei buchi, belli, puliti, eleganti, i capelli impomatati, le scarpe lucide, lo sguardo fiero.”
Dopo l’uscita di 54, due anni or sono, fu una grande soddisfazione ricevere questo commento da una lettrice: “Mio padre, compagno attivo e militante, quarta elementare, gran ballerino, poverissimo, a dieci anni lavorava già in fabbrica, ma nella sua semplicità aveva un portamento da gran signore. Alimentato da mia madre che passava nottate intere a confezionare camicie e abiti che erano perfetti, senza difetto. Stirare le camicie era una specie di rito, che ancora adesso mi affascina. Con i ferri scaldati sulla stufa, non sbagliava un gesto, una piega; un rito quasi religioso che non mi stancava mai. Stirare la camicia bianca per il papà perché, alla domenica mattina, avveniva la grande trasformazione. Io aspettavo mio padre seduta sullo scalino del bagno, lui usciva ben rasato, pettinato e lo guardavo mentre si vestiva a festa, perché poi doveva andare in sezione per diffondere l’Unità. Lui usciva da casa allegro, elegantissimo, con il fazzolettino di seta nel taschino della giacca intonato alla cravatta e le scarpe lucidissime. I vestiti erano sempre quelli, ma questo per lui era solo un dettaglio.”
Analogo atteggiamento si pu” trovare nella cultura afroamericana (ulteriore elemento di riflessione sui rapporti tra classe e “razza”). Scrive Lloyd Boston, autore del volume Men of Color: Fashion, History, Fundamentals (1998): “Per i neri americani, e per gli uomini in particolare, l’abbigliamento ha sempre avuto una funzione simbolica. Ciò che indossiamo segnala ciò che siamo e, soprattutto, ci” che vogliamo essere. Che l’aspetto sia duro, rampante, afrocentrico o fighetto, la nostra abilità nel vestire è anche strategia di sopravvivenza”.
Di suo, Cary ha aggiunto qualcosa di fondamentale: la leggerezza. Non la “lightness” della Coca light o del Philadelphia light, e nemmeno il “leggero” inteso come superficialità, bensì la leggerezza di cui parlava Calvino nelle Lezioni americane, quella che serve a sfuggire l’inerzia e l’opacità del mondo, e si associa “con la precisione e la determinazione, non con la vaghezza e l’abbandono al caso”.
Cent’anni fa, a Bristol, nasceva un uomo destinato a lasciare il segno.

(Sia chiaro, lo so che, da bravo universitario, le mani me le sono sporcate poco, ma, accidenti, la laurea per lavorare nella fabbrichetta di papà, quella no.)

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