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Compagno per niente 25 gennaio 2007

Posted by stojil in lavoro, pensieri.
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Arrivo all’entrata della sede con cinque minuti di anticipo. Due ragazze, le braccia colme di raccoglitori, trafficano con la serratura della porta. O meglio. Una traffica, l’altra è al cellulare, sta fissando un appuntamento nel modo in cui lei o una sua collega ha fissato anche il mio. Sono incerto tra infilarmi nella porta con loro, chiedere se stanno andando dove sto andando io o far finta di niente. Alla fine, visto che sono tempi di incertezza, e negli ultimi giorni non mi sento molto sicuro di me, tiro dritto. Temporeggio, un po’, controllando che passi un paio di minuti. Alle 14.28 suono il campanello.Salgo le scale, devo andare al primo piano. Mi accoglie una ragazza, forse quella che ha aperto la porta da basso più a improperi che a giri di chiave. Se non altro il siparietto mi ha sciolto un po’, ma siccome non ripongo grosse speranza, né interesse, in questo colloquio, non sono nemmeno troppo teso. Diciamo che riesco a mantenere un buon controllo della situazione.

“Prego si accomodi e compili questo.” Mi siedo. Appendo la giacca a una sedia. Mi guardo attorno. La sede della società di selezione è composta da 2 stanze più l’anticamera in cui mi trovo in quel momento, a sua volta composta da tre sedie e nessun appendiabiti.

Compilo il questionario. Più tardi mi pentirò di non aver lasciato in bianco i campi sull’occupazione dei miei familiari. Si tratta di valutare me e le mie capacità. Che certamente dipendono dall’ambiente in cui sono cresciuto, ma ai fini di un potenziale datore di lavoro dovrebbero prescinderne. Comunque, sto facendo una selezione per una società di assicurazioni, non stiamo parlando di qualcosa con una morale. E comunque immagino che sia un d’uso così.

Mi sbirciano una volta. Non ho ancora finito. È che su certe cose sono incerto. Retribuzione di quando facevo l’imbianchino? Sindacale. Di quando imballavo profili di alluminio? 3° livello. Forse avrei dovuto scrivere sindacale anche in questo caso.3° livello avrei dovuto metterlo alla voce tipo di contratto. Ho un po’ di confusione su queste cose. Ma non sul fatto che loro avrebbero voluto vedere delle cifre. Ma ho un po’ di pudore in questo.

Quando mi sbirciano per la seconda volta ho terminato di compilare il questionario. Entro nella stanza di sinistra. La ragazza che mi esamina è la meno carina di quelle che ho visto aggirarsi per gli uffici, ma ha un’espressione molto dolce. Comunque dubito che tutto questo abbia un significato.

Mi dice di appoggiare la borsa a tracolla sopra un armadietto a muro. Io la metterei anche per terra, ma tant’è. Le consegno il questionario. Ci presentiamo.

Le prime domande per completare il questionario.
“Quanto dista il comune in cui vive dal capoluogo di provincia?”
“30 chilometri.”
(Facile, questa.)
“I centri principali tra le due città?”
Gliene enumero un paio.
“Distanza?”
“Dieci e venti chilometri. Sì, a un terzo e due terzi, direi, se dovessi fare una partizione.”
(Cazzo, vedrai che figurone adesso che hai detto partizione. Strano che non si sia ancora sdraiata ai tuoi piedi. O che non ti abbia detto “bene, il colloquio è finito. Lei è assunto. Vice capo del mondo le va bene?)
Poi altre stupidaggini.
Poi: “Come si descriverebbe?”
(Complessato? Paranoico? Piccolo e nero?)
(Silenzio)
“Mi verrebbe da dire lento, come vede, ma sa, è solo il lato superficiale del fatto che sono molto riflessivo,
(no, no, sei lento),
preciso
(ecco, già meglio),
maniacale in alcune cose
(oh no)
ma nei vezzi
(oddio…),
nelle cose senza importanza
(adesso lo dico, è la cosa peggiore che si possa dire a un colloquio di lavoro ma io lo dirò lo stesso, sono qui per vedere com’è un colloquio di lavoro con gli squali, per imparare, non per vincere, non ho tempo le sofisticazioni),
introverso
(ecco, bravo, in effetti è la cosa peggiore che si possa dire a un colloquio di lavoro),
ma estremamente aperto all’esigenza e nei lavori di gruppo.
“Come si vede tra cinque anni?”
“Come mi vedo o come spero di vedermi?”
(Cazzo, ti sei dimenticato di dire sincero, alla domanda di prima. Dovevi ricordarti di Santa Maradona. Qual è il suo pregio: la sincerità. Il suo difetto? La sincerità.)
“Faccia lei.”
“Dunque. Come temo di vedermi è
(affermato, dai, dai)
precario
(no, non è possibile)
non per scarsa autostima ma perché la contingenza economica è quello che è. Come spero di essere è soddisfatto del mio lavoro, un lavoro che mi permetta di fare ricerca nel campo dello sviluppo economico e delle politiche di sviluppo.”
(Ecco, se adesso ti chiede cosa ci fai a un colloquio per un’agenzia assicurativa non ti stupire, ok?)
“Presso un’agenzia assicurativa, preferirebbe un lavoro front-office o back-office?”
“Non conosco molto bene questo mondo, quindi fatico a immaginare le diverse mansioni che potrebbero essermi affidate, tuttavia immagino che un lavoro front-office sia più stimolante
(cazzo, ha scritto anche questo, se ti prendono – non ti prenderanno, ma se ti prendono – ti mettono a vendere polizze, cazzo, lo sai che non sapresti vendere ghiaccioli nel deserto, figurati agli esquimesi)
anche se probabilmente mansioni di tipo back-office mi consentirebbero un’entrata nel mondo del lavoro più soft
(ecco, dai, però non fare la figura del topo da ufficio)
anche se resta da vedere quali stimoli possa continuare a offrire nel tempo.”

Altre domande. Di tutto un po’. Alla fine, arrivederci, e grazie.

(Che imbarazzo, però, dare del lei a una mia coetanea – almeno questa è stata la mia impressione – per doveri di circostanza. Io ho anche provato a fare il simpatico, a cercare di far spuntare un’ammissione – “sì, ho studiato psicologia, adesso faccio i colloqui di lavoro per le assicurazioni, non ne posso più!” – ma alla fine è un “arrivederci, eventualmente la richiameremo entro una settimana” – e immagino che un introverso, preciso ma sarebbe più corretto dire maniacale e con velleità di ricerca in campo di politiche economiche sia il profilo dell’agente assicurativo ideale.)

Esco. Raccatto la mia giacca con un mezzo sorriso. Le altre due sedie sono occupate da altrettanti ragazzi. Taglio di capelli corto
(e soprattutto pettinato, non come il tuo),
giacca ancora addosso, sotto si intravede la camicia
(tutta la camicia, non solo il colletto, significa che sono in giacca, non in maglione, come te, e magari hanno pure la cravatta),
non sollevano la testa dal questionario. Mi aspettavo un cenno, non dico un sorriso. Invece il sorriso scappa a me. Questi due sono uguali tra loro e a tanti altri. E magari quando sono uscito dalla porta hanno pensato che fossi un ostacolo al loro agognato lavoro.

Che poi magari sarà anche il mio, chissà.
(Eh già, compagno di scuola).

Ma per ora ho ancora il mio sorriso, e me lo godo, e me ne vado via leggero.

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